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Vol. XXXIV. DEDICATO ALLA MEMORIA DEL COMPIANTO PRESIDENTE PROF.

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GIOVANNI ARCANGELI 18 Luglio 1840 16 Luglio 1921

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SCIENZE NATURALI

RESIDENTE IN PISA

MEMORIE

Vol. XXXIV.

DEDICATO ALLA MEMORIA DEL COMPIANTO PRESIDENTE PROF.

DE; GIOVANNI ARCANGELI

PISA STABILIMENTO TIPOGRAFICO SUCC. FF. NISTRI Cav. V. LiscHI E FIGLI PROP. 07) . 1922

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GIOVANNI ARCANGELI

18 luglio 1840 - 16 luglio 1921

Cenno necrologico

del

Prof. ANTONIO BOTTINI

Colpito da violento attacco di polmonite, il 16 luglio del 1921 spirava qui in Pisa nel generale compianto il prof. Giovanni Arcangeli. La Società To- scana di Scienze Naturali, volendo offrire un tributo di stima e di ricono- | scenza a colui che dal 4 dicembre 1904 fino alla morte era stato suo Presidente, nell'adunanza del 2 dicembre 1921 deliberava di dedicargli il Vol. XXXIV delle proprie Memorie, ed affidava a me che per 32 anni ebbi con lui comu- nanza di vita, onore di rievocare la figura e l'opera del grande botanico.

Giovanni Arcangeli nacque in Firenze il di 18 luglio 1840. Compì gli studi secondarii a Castelfiorentino ; e passato all'Università di Pisa, il 18 giugno 1862 vi si laureò in Scienze Naturali con pieni voti assoluti e lode. Nel 1864 fu nominato aiuto alla cattedra di botanica in Pisa, tenuta dal prof. Pietro Savi ; e nel 1875 venne aggregato alla cattedra di botanica presso il _R. Istituto 1 Studi Superiori in Firenze.

Fu che io lo conobbi nell'inverno ‘del 1876 ; e la passione comune che

ci dominava stabili tosto tra nov vincoli di simpatia. i Dopo essere stato per due anni Ordinario di botanica all'Università di Torino, il dicembre 1881 passò alla cattedra di botanica ed alla direzione dell'Orto della Università di Pisa, e dal gennaio 1884 in poi, vi ebbe anche . incarico della botanica speciale per V Agricoltura.

Col suo arrivo qui, è vincoli che tra noi si erano già stabiliti andarono gra- datamente trasformandosi in profonda cordiale amicizia e in comunanza di vita. Fui suo scolaro ; discussi con lui la mia dissertazione di laurea ; fatti due anni di per, o in botanica nell'Istituto da lui diretto, sono rimasto suo aiuto per 27 anni, cioè fino al suo collocamento a riposo.

L’ Arcangeli congiunse ad un forte ingegno una fibra resistentissima di studioso e di lavoratore. Alle 8 della mattina (due volte la settimana alle ?) era già nell’ Istituto, e non l’abbandonava fino alle 5 della sera. Solo assai tardi, per la necessità di riguardi dovuti alla propria salute, s'indusse di mal’animo ad assentarsi dalle dodici al tocco per andare a colazione a casa. Il tempo non "dovuto alle lezioni lo passava nm assiduo studio e lavoro, e in piccola parte nell'Orto a curare la conservazione delle numerose aiuole della scuola, che da

7

IV

sima e complicata corrispondenza di ufficio con la Segreteria Universitaria tenne sempre interamente da sè, tanto per le buone copie quanto per le minute. . Ed altrettanto si dica di quella coi varti Istituti e verso i particolari ; compito | grave, perchè molto spesso era richiesto di determinazioni di piante, di esame di parassiti, di pareri nei campi i piu diversi della botanica. Date le sue attitudini, e la sua tenacia nel trarne profitto, non fa meravi- glia che le cognizioni botaniche dell’ Arcangeli fossero eccezionalmente vaste È e profonde. Quanto alla sistematica, non esiste gruppo delle Crittogame e delle 4 Fanerogame che non gli fosse familiare. Era forte in anatomia; e coltivò pure con profitto la fisiologia e la biologia. Delle 218 pubblicazioni sue finora elen- cate, ma non rappresentanti tutto il contributo che dette alla scienza, mi limito a rammentare soltanto quelle seguenti: Sull’organogenia del Cytinus . hypocistis. Livorno, 1874. Sul Licopodium Selago. Livorno, 1874. Sulla Pilularia globulifera e sulla Salvinia natans. Firenze, 1876. Sopra alcune specie di Batrachospermum. Firenze, 1882. Compendio della Flora italiana. Torino, 1882. Osservazioni sull’ impollinazione di alcune Ara- cee. Pisa, 1883. Le Protallogame italiane. Pisa, 1884. Quelques expé- riences sur l’assimilation. Pietroburgo, 1884. Sopra i serbatoi idrofori dei Dipsacus e sopra i peli che in essi si osservano. Pisa, 1885. Sopra l’a- zione dell’acido borico sul germogliamento dei semi. Pisa, 1885. Sopra alcune dissoluzioni carminiche destinate alla coloritura degli elementi isto- logici. Pisa, 1885. Soprala malattia dell’ulivo detta volgarmente rogna. Pisa, 1886. Sul Saccaromices minor. Firenze, 1888. Sull’influenza della luce nell’accrescimento delle foglie. Mirenze, 1888. Sulla struttura dei semi della Nimphaea alba e del Nuphar luteum. Firenze, 1889. Sulla funzione trofilegica delle foglie. Firenze, 1889. Sullo sviluppo di calore dovuto alla respirazione nei ricettacoli dei funghi. Mirenze, 1889. Sopra alcune Epatiche raccolte in Calabria. Firenze, 1889. Ricerche sulla fosforescenza del Pleurotus olearius. Roma, 1889. Elenco delle Muscinee raccolte fino ad ora sul Monte Amiata. Firenze, 1889. Sui pronubi del Dracunculus vulgaris. Firenze, 1890. Sulla struttura delle foglie dell’Atriplex nummularia. Firenze, 1890. Sopra varie mostruosità osservate nella Cyclanthera pedata e sui viticci delle Cucurbitacee. Genova, | 1892 Sull’impollinazione in varie Cucurbitacee e sui loro nettarii. Genova, 1892. Compendio della Flora italiana. 2.a ed. Torino, 1894. Sull’allungamento degli organi nelle piante acquatiche. Firenze 1896. Sul Pinus pinea var. fragilis. Roma, 1900. I principali funghi velenosi e mangerecci. Con 8 tavole colorate. Pisa, 1900. Studii sulla

Victoria regia. Pisa, 1908. Compendio di Botanica. Pisa, 1910. Oltre le pubblicazioni a stampa, rimangono di lui molti ragguardevoli lavori inediti, tra i quali per importanza primeggiano una nuova elaborazione della Flora italiana ed un poderoso trattato sulle piante che interessano l’ Agricoltura. Il suo zelo per l'insegnamento era veramente straordinario. Le lezioni di i botanica generale, ricchissime di contenuto, che non duravano mai meno di un'ora, presso la maggioranza degli scolari passavano per pesanti ; chè il mae- | stro non sempre ricordava di abbassarsi al livello degli ascoltatori, e di ri- . schiarare la loro mente coù mezzi dimostrativi che aveva a disposizione. Però î pochi volenterosi ne traevano un gran profitto. Ma dove si mostrava veramente mirabile era nelle lezioni di botanica speciale per Agricoltura, consistenti im un vero corso completo di botanica sistematica che andava dalle Batte- Si riacee alle più elevate Fanerogame. Esso le faceva interamente a memoria, q dettando con esattezza è caratteri delle famiglie, dei generi e delle specie più È importanti, aggiungendo preziose notizie sulla rispettiva biologia, sul modo 4 di combattere è parassiti dannosi, e sul miglior sistema di utilizzare i ve- È getali. della piccola e della grande cultura. Naturalmente questo corso for- mava il-martello degli scolari, che non trovavano pace finchè non ne avevano sorpassato l’ esame. _—Umn uomo che prendeva così sul serio il compito dell’insegnamento doveva È 3 anche ajfliggersi quando gli studenti disertavano le lezioni. Ed allora acca- devano delle scenette gustose tra il povero bidello e lui, delle quali mi permetto | raccontarne una sola : Correvano i tempi in cui erano comparse le prime au- Ì tomobili, disadorne di forma, ed imperfette nel funzionamento. Ùn giorno al tocco presenta a testa bassa il bidello e dice: signor professore, non @ c'è nessuno perchè ? sono tutti in piazza del Duomo ad assistere al pas- saggio di una corsa automobilistica come ? per andare a vedere quelle car- | rozzacce che spetezzano hanno lasciato la lezione di botanica ? E al bidello, con faccia contrita, rivolse parole di conforto all'anima angosciata del Lio MN sore. i Particolare condiscendenza usava verso coloro, scolari od estranei, che ri- «chiedevano l’opera sua, mettendosi interamente a disposizione, senza curare È: affatto fatica tempo. Gli esercizi ai naturalisti volle farli sempre da sè; ed ‘o ricorderò con gratitudine finchè avrò vita, con quanto impegno mi | di preparasse all'esame pratico di botanica per la laurea, che era molto vasto e _ difficile. A dimostrare quanta utilità abbia recata V Arcangeli all'Istituto che per tanti anni ha diretto, basterà dire doversi a lui : la costruzione del nuovo am- | puolstituto botanico (1890); l'ampliamento del giardino fino alla via Galli

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di botanica sulla via Solferino (1901); l'adattamento della casa da lui destina- | ta al Capo-giardiniere; arricchimento della biblioteca che era meschina alla sua venuta in Pisa ; il corredamento fornito all’ Istituto di numerosi mi- croscopti e degli tini apparecchi e strumenti richiesti dalla moderna tecnici di laboratorio ; il dono di circa 1500 preparazioni microscopiche fatte da lui sui più gli soggetti dell'anatomia, ed anche della sistematica erittogamica ; l'ampliamento dell’erbario generale con opportuni acquisti, ma prevalentemente coll’intercalazione gratuita di numerosissime piante che egli aveva raccolte v nell'intera Toscana comprese le isole, in Piemonte, in Campania, in Cala- bria, in Sicilia ed altrove, senza contare V'ingente quantità di pacchi dei du- plicati delle sue erborizzazioni, utilissimi per i cambi.

I suor meriti incontestati gli procacciarono parecchie onorificenze. Pu Commendatore della Corona d’Italia, ed appartenne a non poche società ed ac- cademe estere e nazionali, tra questa ultime a quella Reale dei Lincei. Tenne pure per vari anni la presidenza della Società Botanica Italiana. Recatosi nel 1884 al Congresso Botanico di Pielroburgo, fu insignito della medaglia d’oro per una collezione di orchidee viventi spontanee dell’Italia.

Collocato a riposo per limiti di età il 18 luglio 1915, con decreto luogale® nenziale su proposta della Facoltà di Scienze, gli fu conferito il titolo di Pro- fessore Emerito della R. Università di Pisa, ove per tanti anni aveva illustrato l'insegnamento.

L’Arcangeli congiunse Vurbanità e la distinzione dei modi con la più esemplare modestia. In tanti anni di vita comune non ebbi mai a sentire il peso della sua autorità, perchè mi trattò sempre da eguale; e neppur lo sentwi mai compiacersi dei propri lavori, svalutare i meriti o rilevare le deficienze altrui.Quando nel febbraio del 1903 un gruppo di suoi antichi allievi si propose di | festeggiare il 250. anniversario del suo ordinariato, io che facevo parte del co- mitato mi recai dal prof. Romiti che desiderava dare una certa solenmità uf- ficiale alle onoranze, ed abbozzammo un progetto. Ma, andato insieme ad al tria comunicarglielo, egli ribadi il suo modesto rifiuto’ orale con una smorfia istintiva di disapprovazione così caratteristica, che dovemmo subito abban- donare l’idea, e limitarci a presentargli in casa sua una pergamena per con- gratulazioni ed omaggi, firmata soltanto dai botanici usciti dalla sua scuola.

Irreprensibile e semplice di costumi, si compiaceva di passare le ore di riposo in famiglia, alla quale era affezionatissimo. Nella sua rettitudine di uomo rispettoso della giustizia e dell'ordine sociale, non Sapeva darsi pace delle aberrazioni che in questi ultimi anni hanno messo a soqquadro più che l’intera Europa ; e se ne sfogava continuamente, anche troppo, con quelli che

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DIRETTO DAL Pror. B. Longo

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L’alveo di un fiume con i principali suoi affluenti rappresenta per la re- È gione che attraversa una zona floreale tutta propria spesso nettamente di- versa da quella che si riscontra sulle sue sponde e sui territori limitrofi.

Che un corso di acqua a regime normale si debba considerare come uno degli ordinari e regolari mezzi di disseminazione, è ormai fuori di dubbio. La diffusione e la dispersione di un notevole numero di specie che oggi si, trovano a vegetare in fondo a vallate e in pianure distanti parecchie diecine 3 di chilometri dalla loro sede normale, il ritrovarsi esse disposte in prossi- + mità del sreto o nell’alveo stesso di qualche fiume, spesso allineate secondo gii la corrente, rivela chiaramente che oltre al vento, agli animali e all’uomo, EE

ha cooperato a tale disseminazione, direttamente o per mezzo dei suoi af- t fluenti, il corso d’acqua che trae origine da quelle altezze. Numerosi sono gli esempi di piante alpine ritrovate a vegetare in pianura lungi dal luogo di origine. Così il Longo (12) trovò la Festuca Calabrica che vive sul Pollino i a 1200 m., in località molto basse del fiume Lao in Calabria, il Gorran (10) )

edi Gorrani (9) nei loro lavori sulla flora veronese e su quella friulana muni.. citano numerosi esempi di piante raccolte lungo le sponde a nel letto. dei "a s fiumi di quelle regioni, le quali sono largamente diffuse nelle montagne e a nelle vallate da cui essi traggono origine. Da numerose osservazioni risulta 7

. chiaramente che un non piccolo numero di specie hanno semi o frutti/par- ticolarmente adatti per essere trasportati e disseminati per mezzo dell’ac- qua. Il BàcuInoT (3) nota diverse specie di piante come: Anagallis arven-

4 E. SANTARELLI.

sis, Veronica Beccabunga V. serpyllifohia, V . acinifolia, ed altre che si comportano in questo modo. Questo loro adattamento è molto favorevole per non essere dal vento disperse in località dove mancherebbero le condi- zioni speciali di vita. Si ammette in generale che il fenomeno della indei- scenza dei frutti di certe speciè di piante (Leguminose, Graminacee, Crocifere, ecc.) si debba interpretare come uno dei coefficienti per assi- curare a queste piante una larga distribuzione geografica nelle migliori condizioni di suolo per la loro germinazione. Il BèGuINoT, nel lavoro sue- citato, ritiene che i frutti ei semi di certe piante (Labiate, Plantaginacee, Geraniacee, ecc.) che sviluppano gelatina in presenza di acqua, possano più facilmente aderire per tal mezzo a corpi galleggianti che li trasportino ; altre, per avere l’achenio provvisto di un parenchina speciale aerifero che lo rende leggiero e adatto al galleggiamento, possono essere facilmente trascinate lontano dal loro punto di origine senza che il seme ne risenta danno.

Che se non sempre tutti i semi possono attecchire, ciò dipende dal variare delle condizioni locali, per cui mentre alcuni vengono a trovarsi in un ambiente nuovo che rappresenta il maximum o il minimum delle condi- zioni necessarie allo sviluppo, altri soccombono poco dopo la loro nascita per il sopravvenire di piene o di eccessivi alidori, o tendono a svilupparsi in forme speciali, con apparenza di specie nuove.

Se l’importanza del fattore fiume quale mezzo di diffusione delle specie era noto già ai botanici antichi per alcune piante alpine ritrovate nella la- guna veneta, più tardi meglio precisate dallo ZAnIcHELLI (22), dallo ZANAR- DINI (21) dal BècuInoT (4) e da altri, non era tenuta però ancora in gran conto l’influenza che egli ha sulla flora delle diverse regioni attraversate, onde incerti nello spiegare la facilità con cui alcune specie si spostano ai sito o scompaiono, si attribuiva a cambiate condizioni climatologiche o alla mancanza dei mezzi di fecondazione, ciò che invece era da riferirsi a questo ordinario mezzo di disseminazione, che per cause varie aveva modificato il proprio regime, disperdendo o sotterrando quei semi che prima aveva! tra- sportato. A chi si è occupato anche per poco di erborizzazioni nel fondo di vallate incise da corsi d’aqua, non sarà certo sfuggito il fatto della indi- vidualità geografica che un fiume presenta nella distribuzione delle specie, colle stesse caratteristiche di sermogliamento, di fioritura e di maturazione, offrendo a certe piante condizioni speciali di sviluppo che ripetono in tutto il suo corso.

Se nella flora alveale dei fiumi non si può riscontrare quella maggiore uniformità che sembrerebbe dovesse presentare al confronto delle zone

| CONTRIBUZIONE ALLA FLORA ALVEALE DEL SEROHIO.

; costanti, nelle quali al fattore acqua si sono sostituiti il vento e gli animali, ciò va ricercato, come ho detto, nel fatto che fenomeni atmosferici ne contrastarono lo sviluppo regolare. Ma è appunto per questo che il bota- nico nel descrivere le piante raccolte in tali stazioni, deve saper distinguere le vere specie da quelle che non lo sono per la incostanza dei caratteri | che esse presentano, per non creare ad ogni passo una specie nuova. Per effetto di quest’azione di trasporto, la flora dell’alveo dei fiumi risulta in parte di elementi che permangono solo col rifornimento dei semi e cessano al cessare di questo e in parte di elementi avventizi 1 quali tro- vando anche fuori della loro sede ordinaria un ambiente adatto al loro sviluppo vi si imsediano adottandolo per nuova patria. Questo sviluppo però E non sempre corrisponde a quello normale, e ciò perchè variando le condizioni «del substrato per il diverso regime delle acque, esse vengono a trovarsi «in un ambiente del tutto speciale che può rappresentare tanto il mazimum che il minimum delle condizioni favorevoli, e perciò possono assumere forme normali e sempre fertili o anormali e talvolta sterili che spesso pon- d gono il raccoglitore nel dubbio se trattisi di specie nuove o di forme particolari del luogo. Ed essendo inoltre il corso di un fiume un ambiente assai favorevole allo sviluppo di molte malattie parassitarie, possono. le piante essere da queste profondamente alterate anche nei caratteri mor-

fologici. Valido contributo allo studio della flora alveale hanno dato diversi bo- tanici sia in opere di indole generale, sia occasionalmente nelle regioni da

loro esplorate.

J Così oltre alle note del BàGuINOT (4) sulla Laguna veneta, si hanno lavori del MortEo (15) sul torrente Orba, del Cozzi(7) sulla flora del Ti- cino e su quella Abbiatense, del BèGuINOT (3-4) sui depositi alluvionali del

Tevere, del Gorran (8) sulle piantg dell’Adige, del Saccarpo (19) su quelle

del Piave e del Nocca e BatBIs(17) sulla flora del Ticino, oltre i numerosi | lavori su diversi tratti degli alvei come quello del MarcHESE DI SUFFREN (20) sul Piave, del MartENS (12) nel suo viaggio scientifico per il Veneto, dei GorranI (9) sulla flora friulana, del Minio (14) sul Natisone, del Lonco

(10) sulla flora calabrese e di altri. Ma i Javori più completi, specializzati

È e degni di nota sulla flora alveale sono quelli del Minto (13) sul Piave e del

«_Bèumore GageLti sul Reno Bolognese (5), nei quali oltre ad un lungo

catalogo di specie raccolte, sono studiate le cause dispersive delle acque

e le conseguenti modificazioni delle diverse flore dell’alveo tanto rispetto

alle regioni lIrmitrofe ed alle zone di reciproca compenetrazione, quanto

alla flora stessa della pianura, anch'essa modificata dal continuo rinno- vamento delle specie, causato dalle inondazioni e dagli straripamenti.

6 E. SANTARELLI.

Nessuno fin qui si era occupato della flora alveale del Serchio. Questo.

argomento che riguarda un fiume di oltre 100 Km. di lunghezza, non può però

essere esaurito se non dopo lunghi anni di erborizzazioni e di studi ; la ri- strettezza del tempo mi ha forzato a limitarne le ricerche al solo tratto medio, ma ripromettendomi di estenderle in avvenire a tutto il percorso, credo opportuno darne un cenno geologico.

Il Serchio, l’ Aesar degli Etruschi e 1’ Auser di STRABONE, scorre in un bacino di 1408 Km?. di superficie limitato ad occidente dalle Alpi Apuane ed a settentrione e Levante dall’Appennino coi suoi contrafforti, salvo nel.tratto compreso fra Ponte Moriano e la foce il quale scorre in pianura. (23)

Macigno eocenico prevalentemente per l'Appennino, calcari e seisti triassici e cretacei prevalentemente per le Alpi Apuane ne formano la strut- tura. Il Fiume trae origine dalla confluins «i ue corsi di acqua, il torrente Dalli che scende dal Monte Belfiore (Appennino) a 1810 m. e il torrente di Minucciano (Capo Serchio) che scende dal Pisanino (Alpi Apuane) a 1946 m.iqualisi incontrano un po” a N E. di Piazza al Serchio.

Il torrente di Minucciano, scorre in una valle incisa negli scisti e nei cipollini del trias superiore (24). Un po’ a monte di Gramolazzo, attraversa alternativamente dei depositi di macigno (eocene) e di calcari (liassici).

Da Camporgiano a Castelnuovo, attraversa dapprima gli alberesi e ga- lestri (eocenici), poi incide una massa diabasica pure eocenica, e quindi nuovamente Je formazioni della creta e dell’eocene. All’altezza di Castel nuovo entra nel macigno che attraversa fino all'altezza di Fosciandora, oltre la quale incontra calcari nummulitici fino all'altezza del Ponte di Campia. Mentre sino a questo punto, il fiwume ha compiuto opera preva- lentemente di erosione, a valle di Fosciandora incomincia a manifestarsi la fase di deposizione, ciò che comporta naturalmente un notevole allar- gamento dell'alveo e la formazione di estesi depositi alluvionali a tipo pre- valentemente sabbioso ciottoloso. Questi depositi vanno da Ponte di Cam- pia fin sotto Gieviano, da Borgo a Mozzano fin sotto! Diecimo e da Sesto al Mare. Lungo questo percorso si hanno delle strette dove affiorano roccie terziarie e secondarie, così presso il ponte di Calavorno, sotto Gioviano, si ritrova il macigno ; fra Pian della Rocca e Borgo a Mozzano si trovano cal- cari nummulitici; presso Diecimo diaspri titoniani e calcari con selce (neo- comiani) e presso la galleria ferroviaria del Piaggione strisce diasprine interposte a grosse pile di calcari i quali si stendono fino a Sesto presso Ponte a Moriano. 4)

1) Il corso del Serchio non ebbe sempre il letto che occupa attualmente. In epoca incerta, il fiume, per causa degli interramenti che l’Amno portava

Pere

PROSE SR SEM TSE I

D Serchio, noto per le bizzarrie delle sue piene spesso impetuose ed ina- ettate, perchè ricco di affluenti che raccolgono le acque da vallate lontane tra loro molto disparate, è forse fra i notevoli fiumi della Toscana quello che presenta um regime torrentizio nel più alto grado. *) Alle grandi piene che si prolungano fino alla primavera inoltrata è che inondano le campagne | vicine, succedono i periodi di magra che raggiungono il loro massimo nei mesi di luglio e di agosto. In quest’epoca il fiume, sia per la povertà delle acque sia per i canali di derivazione che se ne staccano, presenta dei | tratti di letto quasi completamente asciutti. °) Per questo fatto esso man- tiene assai meno degli altri fiumi a regime normale, quella costante unifor-

Ò

Di SUIS h 6 | mità nella fioritura annua che sembrerebbe dovesse avere, se si eccettuano

| Queitratti degli arenili. che per la loro posizione più elevata o per trovarsi

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al mare e che erano dalle onde marine respinti verso il Nord a sbarrare la Togo del Serchio, impaludava prima verso $. Giuliano, pci si apriva una via verso «| ‘’Arnostesso e ne diveniva per tal modo un ricco affluente. PLINIO e STRABONE, RI . secondo le citazioni del De STEFANI affermano che sboccasse dove oggi trovasi la città di Pisa e che con l’Ozzeri formasse il ricordato triangolo entro cui fu | fabbricata la città. Ciò durò fin quando l'Arno per i‘continui depositi che ne inalzavano il letto, oli formò contropendenza sufficiente a costringerlo a rom. pere di nuovo il cordone degli argini marittimi per riprendere all’incirca il pro- prio letto. i

1) Riporto dal BoZettino mensile del Consiglio Superiore delle Acque, Ser- È vizio Udometrico di Pisa, il totale delle precipitazioni in mm. avvenute nel

Bacino del Serchio, per l’anno 1919 con gli scostamenti delle medie annue.

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È IO UNTOMDIRICRE ANNUE medie annue | di osservazione = MECCA PLL RE 1366, 4 SRG 36

È Castelnuovo di ‘Garfagnana. i 2136, 7 + 406,8 | 19

2) Riporto dalla Carta idrografica d’Italia, le massime magre del Serchio misurate alla confluenza con i principali corsi d’acqua, onde apparisca quale | ‘possa essere il contributo da essi apportato nella dispersione delle specie mon- pi tane: x

Ro Piazza al Serchio, massima magra. m. c. 0,650 A Castelnuovo di Garfagnana. » 2,300 è Gallicano, dopo la confluenza con la Turrite. » 3,600 2 Fornoli, prima della confluenza con la Lima, » 4,600 x Fornoli, dopo la confluenza con la Lima. » 5,800

a ‘Ponte S. Quirico piesso la confluenza con la Freddana. » 8,500

E. SANTARELLI. i i ino.

in un letto molto ampio non vengono completamente sommersi ed hanno - 3% quindi formato una stazione pratense. La mobilità delle varia specie e- spatriate, la scomparsa di esse in stazioni dove avevano già formato il loro habitat, e il rinnovarsi del paesaggio botanico quasi ad ogni nuova piena sono quindi fenomeni comuni ad osservarsi.

Invogliato a studiare questo argomento dall’opportunità di trovarmi in vicinanza del Serchio, potei iniziare nel novembre dello scorso anno il lavoro:che ho proseguito ininterrottamente fino all’agosto. Data la lunghezza del fiume e la minuziosa opera di raccolta e di determinazione, ho dovuto limitare le mie ricerche al tratto compreso tra la Stazione ferroviaria dei Bagni di Lucca a monte, e Ponte S. Pietro a valle, per un percorso di circa trenta chilometri 1). Preferi questo campo perchè ivi il fiume scorrendo per buona parte su letto alluvionale, presenta una maggiore costanza di specie in contrapposto a quanto avviene più a monte, ove la flora acqui- sta delle caratteristiche proprie.

Le erborizzazioni fatte tutte da me colla maggiore diligenza possibile in numero di una o due per settimana, durarono circa nove mesi. In esse ho raccolto ura quantità di piante assai copiosa determinata direttamente o per confronto con l’erbario Caruel e con quello Generale del R. Orto Bota- nico di Pisa.

La maggiore importanza è stata da me data all’alveo del fiume ghiaioso e ciottoloso dove l’acqua scorre per varii mesi dell’anno ; ho erborizzato però anche sulle sponde interne del primo alveo fin dove mi sembrava po- tesse arrivare l’influenza delle acque, e in ciò mi dovei regolare volta per volta scegliendo le limee di confine che mi sembravano più opportune per separare la vegetazione circostante da quella influenzata dall’acqua ; e infine, per quei tratti di fiume rinchiusi nelle gole e nelle strette dei monti come nei pressi della galleria del Piaggione, ho tenuto pure conto dell’in- flinenza della flora delle sponde su quella dell’alveo. Mi sono servito per que- sto lavoro della carta d’Italia al 25.000 usando i fogli di Lucca, Borso a Mozzano e Barga (23), e, tenuto conto della più o meno precoce vegetazione nei varii tratti del tronco esplorato, ho diviso questo in diverse sezioni, affinchè l’erborizzazione fosse condotta con più esattezza e regolarità.

Sarebbe stato interessante determinare con precisione quali siano le stazioni dell’alveo del Serchio dove maggiormente la flora visente gli effetti

1) Feci due erborizzazioni anche oltre la staz. dei Bagni di Lucca spingen- domi fino a Ponte all’Ania. Ciò però non rientranel lavoro di questa prima contribuzione e mi limito per quel tratto ad elencare soltanto le specie raccolte.

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Ù b, a notare come dalle osservazioni fatte mel tratto da me Le id

Ta.

ulterehbe che nella conca di Ponte a Moriano la fioritura è in anticipo di una ventina di giorni su quella delle zone più a monte e più a valle, diffe-

renza dovuta certamente alla migliore posizione in cui giace quel paese,

chiuso in uma amenissima conca al riparo dai freddi venti del Nord e dalle

più frequenti brinate della pianura. Il fatto ha un certo interesse dal lato

delle fioriture primaverili, che se ne avvantaggiano nella perfetta matu-

razione dei frutti prima che sopravvensano i grandi asciuttori.

La flora del Serchio, per it corso da me esplorato, è caratterizzata da una relativa uniformità specialmente se ci si riferisce a quelle parti del

letto che per trovarsi in posizioni speciali non vengono ricoperta che dalle

maggiori piene e conservano perciò una costanza di associazione. Tuttavia per facilitare i confronti ho distinto nel tronco da me esplo-

# rato cinque tratti :

J.° da Ponte S. Pietro a Ponte S. Quirico. ‘2.0 da Ponte S. Quirico a Ponte a Moriano.

3.0 da Ponte a Moriano a Diecimo.

4.0 da Diecimo al Borgo a Mozzano.

5.° dal Borgo a Mozzano alla stazione dei Bagni di Lucca.

Gli agenti che regolano lo sviluppo e la distribuzione della flora nelle varie stazioni di un corso d’acqua, oltre che nella natura shimico-litolo- gica del terreno a nell’influenza della vegetazione limitrofa, penso siano da ricercarsi anche nelle vicissitudini dell’alveo stesso, il quale per essere più o meno bagnato dalla corrente può diventare sede adatta allo sviluppo delle più disparate vegetazioni. .

Tre sono le principali stazioni fioristiche che si riscontrano nell’alveo

del Serchio : quella sottoposta permanentemente. ad una piccola falda d’ac-

qua a modo di stagno : quella pratense e quella delle gRiaie e delle sabbie.

La prima di queste stazioni è poco diffusa nel Serchio. Se ne hanno e- sempi qua e tra Borgo a Mozzano e Diecimo, presso il Ponte della ferro- Via al Piaggione e presso quello di Ponte a Moriano. La vegetazione di essa è quella degli stagni con Alnus, Phragnutes, Typha, Cyperus, Sparaamnium, Carex, Juneus, Rumex, Equisetum e Veronica.

Quasi nulla è la fiora minima propria ‘degli stagni, perchè le acque son sempre correnti ed anche perchè in alcuni tratti più soleggiati esse ven- gono a mancare nell’estate.

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10. E. SANTARELLI.

x

La stazione pralense dell’alveo è molto sviluppata in certi tratti non sempre coperti dalle acque e perciò sottoposti anche a temporanee colture orticole come presso Borgo a Mozzano, al Piaggione, a Ponte a Moriano e qua e fra Ponte a Moriano e Ponte S. Quirico, e fra Ponte S. Quirico e Ponte S. Pietro, dove alla sabbia minuta è misto del terriccio proveniente dal disfacimento delle sponde o trasportato dal fiume. Quivi hanno preso definitiva dimora numerose piante erbacee come :

Equisetum arvense E. ramosissimum Andropogon Ischaemon Seta: ria glauca S. viridis— Holcuslanatus Aira capillaris Eragrostis poaeoi- des Dactylis. glomerata Bromus arvensis B. rubens B. mollis Agropyrum repens Silene vulgaris S. italica Dianthus cariophyl- lus—D. carthusianorum Arabis hirsuta Cardamine pratensis 0. im- patiens Capsella Bursa Pastoris Ranunculus sardous Helleborus foe- tidus Potentilla reptans Poterium sanguisorba Lotus corniculatus Trifolium pratense T. campestre— T. repens —T. fragiferum Medicago lupulina Anthyllis vulneraria Vicia sativa V. eracca Cherophyllum temulum Daucus carota Pastinaca sativa Aegopodium nodifloram Geranium nodosum Erodium cicutarium Linum usitatissimum —L. ca- tharticum Euphorbia Cyparissias Solanum Dulecamara— Verbascum Thap- sus V. pulverulentum Veronica Anagallis V. Chamaedrys Ainga rep- tans Melittis Melissophyllum Melissa officinalis Salvia Verbenaca Satureja Iuliana S. graeca S. nepeta S. vulgaris Plantago major P. lanceolata Galium purpureum G. Cruciata Tussilago Parfara Se-

necio vulgaris Beltis sylvestris Chrysanthemum Myconis Artemisia vulgaris Pulicaria dissenterica Centaurea Iacea €. paniculata Sonchus arvensis S. oleraceus Hyeracium florentinum H. lanatum

associate a cespi di :

Salis alba S. fragilis S. triandra S. incana S. viminalis Populus nigra Ulmus campestris Cistus salvilolius Rosa sempervirens Hip- pophaé, Gerlista ed Ononis.

Tra esse vi sono elementi che devono considerarsi come normali in pianura non però del tutto è sempre stabili, ed altri come propri della montagna e quindi espatriati. Questi ultimi rappresentano un tentativo della natura di allargare le aree geografiche di alcune specie; però il pic- colo numero di individui che le rappresentano, in lotta con la concorrenza dei tipi meglio conformati all'ambiente o che vi si sono oramai definiti vamente insediati, le pone in condizioni di inferiorità ed obbliga perciò l’erborizzatore a ritenerle sempre specie sporadiche.

La parte predominante della vegetazione, quella che colpisce di più l’os- servatore che arriva sul letio di un corso d’acqua, è la stazione delle gRiaze

getazione, e tra, le quali anche i piccoli semi trovano sempre un substrato atto al loro sviluppo. Si può perciò ritenere che la maggior parte delle ante dell’alveo del fiume vegeti sulle sabbie miste a ciottoli detritici ira- portati dalla corrente. i

Quesw substrato ghiaioso del fiume è del resto in armonia con lo svilup po predominante flelle piante che crescono in simili terreni come Salci, Pioppi, Olivi misti a numerose pianticelle anvue, che all'ombra degli arbusti pe- renni trovano riparo contro il cocente sollione che le farebbe perire prima di aver potuto portare a maturità i propri semi. Una tra le prime e più belle | associazioni del greto ce le offrono le molteplici specie di Salix con i Ci- suse gli Helianthemum nel tratto tra Borgo a Mezzano e Diecimo, dove | trovansi raccolti in un’area completamente a una cinquantina di cespugli

di Ayppophiie. Altre associazioni le presentano gli Ulmmus, i Pepulus con —_Rubus, Rosa e qualcherera pianta di Tamarix, tra cui numerose piante er- bacee annue prosperano risogliose dando in tal modo a quei tratti di letto dI l’apparenza di prato. Il ragsruppamento dell’arbusteto così diffuso rappre- «senta il migliore resultato della selezione delle specie che meglio poterono o adattarsi a quella vita precaria e resistere agli agenti contrari, unite quasi | «a reciproca difesa. Tra le piante più diffuse nell’alveo e tra loro in associa- | zione, ricordo l’Euforbia Cyparissias. L'area della difiusione di questa pianta ue grandiosa e veramente degna di nota, poichè risulta in modo indubbio | averessa trovata fra le sabbie del fiume la sua migliore stazione, Tra le as- sociazioni dell’Euforbia, si notano tre forme differenti : una con le ombrelle bene sviluppate che può riportarsi alla forma tipica, sebbene ridotta di | dimensioni a causa del substrato spesso accessivamente sabbioso ed asciutto; | l’altra ad ombrelle appressatissime e compatte con peduncoli corti. poco 18 sviluppo totale e colere anche meno vivo ; ia terza talmente deformata in tutte le sue parti dall’ Aecydium Euforbiae, da farla ritenere una forma 13 speciale. Lo stesso fenomeno si osserwa pure nelle associazioni delle Gra- minacee, le quali spesso risultano oltremodo varie di aspetto e di sviluppo. (ome esempio ricordo l’ Alopecurus utriculatus, il quale presenta-le reste av sal più brevi che nella forma tipica. Altre ricche associazioni di specie le Sd offrono Saponaria officinalis e S. ocymoides che vegetano largamente nei più asciutti e sassosi arenili e nelle sabbie delle stazioni pratensi, ove si sono potute acclimatare perchè resistono alle forti piene; la Mussilago

Farfara che presenta però frequenti esempi di nanismo ; gli Equiselum ar- i vense, E. palustre, ed E. ramosissimum, che sono diffusissimi sul greto a- | renoso e sulle basse sponde dove l’acqua arriva anche nelle normali condi-

E. SANTARELLI.

zioni idrografiche ; i Sahx alba, S. fragilis, S. triandra, S. purpurea; S. in cana 6 S. veminalis, che insieme al Populus nigra costituiscono i principali e più estesi tipi di arbusteto dell’alveo, resistendo meravigliosamente alle piene piùimpetuose come ai più forti asciuttori; e negli arenili pratensi una | sterminata quantità di Znula viscosa. che costituisce la caratteristica della flora autunnale. HA

Tra le piante annue che vegetano nelle parti più asciutte e più sassose dell’alveo e im quantità talora grandissima come vera e propria associazione, ricordo : ; Andropogon Ischaemon Agropyrum repens Digitaria sanguinalis Bromus mollis— Bromus sterilis Dactylis glemerata Setaria glauca Setaria viridis Gastridium lendiserum Diplotaxis muralis Braxica <